Situata lungo la linea Cecina-Volterra, esisteva una ferrovia a scartamento normale poco conosciuta, che collegava la stazione di Casino di Terra con una miniera di lignite nei pressi di Monterufoli, in località Villetta. Un tragitto lungo circa 17 chilometri, attivo dal 1872 al 1928, riservato quasi esclusivamente al traffico merci.
I lavori per la sua realizzazione iniziarono nel 1870 e terminarono due anni dopo. La linea seguiva il corso del torrente Ritasso, in un paesaggio impervio, tra trincee scavate nella roccia a colpi di piccone, rilevati e ponti in muratura. Nei primi cinque chilometri si contavano tre imponenti ponti, che attraversavano il torrente anche ad altezze notevoli — oggi ne restano ancora i suggestivi ruderi, testimoni di un’impresa tecnica non banale.
Superato questo tratto iniziale, la ferrovia proseguiva per circa 12 chilometri lungo il torrente Sterza, fino a congiungersi con la linea Cecina-Saline, in funzione già dal 1863. La tratta ferroviaria privata rappresentò una soluzione decisiva per superare l’isolamento geografico della miniera e facilitare il trasporto della lignite, che fino ad allora avveniva in modo lento e faticoso.
Siamo in Valdicecina, a sud-ovest di Volterra, una terra ricca di risorse minerarie: rame, piombo, argento, salgemma, alabastro, zolfo, vetriolo, allume. Ma la lignite — un carbone fossile dal contenuto di carbonio compreso tra il 55% e il 75% — fu sfruttata qui solo dalla seconda metà dell’Ottocento, grazie all’iniziativa della famiglia Maffei di Volterra, proprietaria della vasta tenuta di Monterufoli, oltre 4.000 ettari di bosco.
L’attività estrattiva iniziò nel 1861 e, già nel 1863, la produzione raggiunse volumi significativi: circa 45 tonnellate di lignite al mese. La miniera assunse rapidamente un ruolo prioritario tra i giacimenti di combustibili fossili della provincia di Pisa. Fu allora che emerse la necessità di una linea ferroviaria dedicata, che potesse trasportare la lignite con maggiore efficienza — utilizzando, peraltro, lo stesso carbone estratto per alimentare le locomotive a vapore.
Il periodo di massimo splendore si registrò tra il 1915 e il 1920, ma dal 1919 al 1925, una serie di incidenti e il progressivo esaurimento dei filoni portarono al declino della miniera, che fu chiusa definitivamente nel 1942. La ferrovia, invece, cessò la sua attività già nel 1928, venendo smantellata.
Oggi, il tracciato dell’antica ferrovia è diventato un interessante itinerario escursionistico, in particolare nel tratto prossimo alla miniera. I tre alti ponti in muratura, pur in stato di degrado, rendono ancora l’idea dello sforzo tecnico ed economico profuso nella costruzione. Così come affascina il tratto scolpito nella roccia viva, testimone del lavoro manuale compiuto con mezzi rudimentali. La vecchia stazione di arrivo a Villetta di Monterufoli è oggi un agriturismo, immerso nella quiete di una natura riconquistata.
Provenendo da Volterra, si raggiunge Casino di Terra e si seguono le indicazioni per Canneto. Superata la località La Gabella, dopo circa 5-6 km si incontra l’area attrezzata “La Pompa”, dove è possibile lasciare l’auto.
Da qui si torna indietro a piedi sull’asfalto per circa 50 metri, fino a individuare sulla destra un sentiero segnalato.
Il percorso segue il tracciato della vecchia ferrovia, attraversando trincee e costeggiando ponti franati, lungo il suggestivo corso del torrente Ritasso, fino a raggiungere l’area della vecchia cava di lignite, oggi trasformata in una verdeggiante vallata.
Risaliamo quindi il sentiero costeggiando un vecchio pascolo, oggi invaso da arbusti spinosi ma che, in primavera, si trasforma in un tripudio di colori grazie alla fioritura spontanea di orchidee selvatiche.
Dopo circa un chilometro e mezzo, raggiungiamo una grande trincea scavata a colpi di piccone nelle rocce ofiolitiche: è la prima testimonianza tangibile del tracciato dell’antica ferrovia della lignite.
Da qui, proseguiamo per un centinaio di metri fino a un incrocio, dove svoltiamo a destra lungo una variante del nostro percorso abituale. Questo nuovo tratto si sviluppa sulla destra idrografica del Fosso di Malentrata, permettendoci di osservare dall’alto, tra la vegetazione fitta, alcune discariche minerarie di calcedonio e magnesite, preziosi resti dell’intensa attività estrattiva che un tempo animava la zona.
Ritornando all’incrocio precedente, continuiamo per altri 150 metri fino a raggiungere un punto particolarmente suggestivo: qui il Fosso di Malentrata, seppur piccolo e con una portata d’acqua modesta, ha modellato il paesaggio creando un intricato sistema di solchi profondi e sinuosi, che scendono a picco fino a incontrare il torrente Ritasso.
Poco più avanti, scorgeremo il primo dei tre ponti ferroviari superstiti. È il meno pericolante dei tre: nonostante il tempo e l’abbandono, conserva ancora un fascino austero. Diversamente dagli altri, questo ponte non scavalca il torrente, ma lo affianca parallelamente, superando il Fosso di Malentrata.
Dopo una sosta per qualche foto, guadiamo il fosso seguendo i segnali bianco-rossi per tornare sul tracciato originale della ferrovia.
Il percorso ci porta ora su un suggestivo argine a strapiombo sul Ritasso, con uno sbalzo di diverse decine di metri.
Camminiamo sull’antico pietrisco ferroviario, arricchito in primavera da cuscinetti di euforbia spinosa e dai fiori bianchi e rosa dei cisti, che crescono accanto a vecchi manufatti in ferro. Voltandoci, possiamo ammirare la vallata del torrente incastonata tra le dolci colline circostanti.
Proseguiamo fino a una deviazione sulla destra che conduce al secondo ponte, il più alto.
Il sentiero in discesa è ripido e in parte deteriorato, con gradini instabili e punte metalliche nascoste nella vegetazione, che richiedono attenzione. Una volta giunti al letto del Ritasso, sopra di noi appare la sagoma maestosa del ponte.
Dopo aver guadato il torrente, risaliamo lungo una nuova scalinata fino a rientrare sul tracciato ferroviario, costeggiato da un’altra piccola trincea scavata nella roccia.
Oltrepassato un ponticello, ci inoltriamo in un fitto bosco, che ci regala una curiosa sorpresa botanica: qui si conservano esemplari di flora di origine terziaria come il tasso, l’alloro nobile, l’agrifoglio e la rara liana “Periploca graeca”.
Proseguendo sul tracciato, passiamo accanto ai ruderi di una vecchia casa cantoniera fino a raggiungere un bivio.
A questo punto sarà necessario deviare a sinistra per 200 metri e attraversare nuovamente il Ritasso, per raggiungere i resti del terzo ponte ferroviario.
Da qui, possiamo continuare per qualche centinaio di metri fino alla “Steccaia”, uno sbarramento realizzato per captare l’acqua necessaria al funzionamento dei vecchi mulini, di cui si intravedono ancora i ruderi tra la vegetazione. Poco distante, alcune graziose cascatelle creano un paesaggio da cartolina con i loro salti d’acqua limpida.
Tornati all’incrocio precedente, svoltiamo a sinistra lungo un tratto pianeggiante, che presto comincia a salire attraversando il bosco: questa è la parte con il maggior dislivello del percorso.
Dopo circa 4,5 km complessivi, a un nuovo incrocio teniamo la destra, imboccando il sentiero dell’“Anello di Podere Castiglione”.
Lasciamo il sentiero per immetterci su una vecchia carrareccia, probabilmente usata durante l’estrazione del calcedonio, e la seguiamo per circa 200 metri, passando accanto ad altre piccole discariche minerarie.
Superato un leggero dislivello e una collinetta coperta di Pini d’Aleppo, continuiamo dritto ignorando una prima deviazione a sinistra.
Dopo circa un altro chilometro e mezzo, facciamo attenzione a un secondo incrocio, dove svoltiamo a destra.
Entriamo così in un fitto bosco mediterraneo e cominciamo la discesa verso il torrente Sterza, in direzione ovest-nord-ovest.
Qui il paesaggio cambia improvvisamente: la macchia bassa lascia spazio a un bosco imponente di cerri, privi di sottobosco tranne qualche cespuglio di pungitopo.
Seguendo il sentiero, raggiungiamo nuovamente il corso dello Sterza, costeggiato da una pineta dall’aspetto quasi impenetrabile. Percorriamo un tratto parallelo alla sponda destra del torrente, dove puà convenire attraversare lo Sterza. Da qui, in poche decine di metri, raggiungeremo la SP18. Seguendola in salita per circa 600 metri, ritorniamo all’area di sosta “La Pompa”.



















